“Il mio sguardo lontano si sfumava attorno alla nave. Dritto, col piede sulla poppa, il suo sguardo sfumava attorno a me incurante del vento che scuoteva il suo kilt. Ancora nelle orecchie il cigolìo dei legni sotto i passi pesanti dei marinai e ancora gli occhi dello stesso colore dell’Oceano, cupi, tempestosi, piantati fino in fondo alle viscere mie sconvolte dai suoi baci.
Accanto a me i suoi quattro figli che non avrebbero mai più rivisto il padre. Mi accingevo ad essere vedova senza sapere se lo fossi stata davvero.
Chiusi i miei occhi verdi mentre i capelli, ben presto candidi anzitempo, si scuotevano ammantati di profumi d’autunno.
Ti amo disse la farfalla al fiore, scuotendo le grandi ali dorate. Volerò via, lo sai, e il vento mi strapperà da qui, perderò la strada, la pioggia piangerà sulle mie ali e le renderà pesanti, ma ti amerò per sempre.
Il fiore ebbe un sussulto, forse una brezza o chissà. Vorrei mettere le ali per seguirti ovunque ma non posso. Il sole asciugherà i miei petali, il vento li disperderà, ma le mie radici sono solide e io ti aspetterò.
La farfalla dorata agitò le ali sollevandosi appena. Avremo un’altra vita. Ti amerò per sempre.
Il fiore schiuse i petali dal colore del tramonto. Avremo un’altra vita. Ti amerò per sempre.
E d’improvviso scompiglia le parole in disordini e mulinelli, persa nell’etere l’eco del sospiro, polvere di cenere di sabbie di pensieri. E nel soffio d’ un’anima antica si disperde, muto, pianto incomprensibile mai sazio, mai appagato. Urla la tua rabbia e nega, nega il tuo sguardo e chiudi le persiane, che non ti spettini i capelli, che non ti imbizzarrisca l’anima!
Soffio di vento, nel silenzio taci, e cadono in disordine parole rese vuote, perse, morte. Troppe. S’accavallano esauste. Troppe.
Sfiorò i tasti bianchi e neri e si sedette allo sgabello. Le dita accarezzarono l’avorio e l’ebano e liberarono dalla prigione delle corde quegli sguardi d’un tempo e la lieve carezza in punta di dita, il profumo della pelle bagnata di mare e delle rose un po’ troppo fiorite del roseto di una tarda primavera. Suonava per sé e per un respiro ormai spento da tempo.
“Mandala magici” da colorare, come fanno i bambini. Un accostamento di colori totalmente sbagliato, ma in fondo non è questa una rappresentazione del mondo interiore?
Seduto sul letto, in una strana posizione, trovai un anziano contadino. I suoi occhi chiarissimi sembravano perdersi in quella stanza d’ospedale. Avevo in mano carta e penna: l’esame di Clinica Chirurgica prevede infatti una visita completa ad un paziente e la compilazione di una cartella clinica. Dissi a quell’uomo che ero una studentessa sotto esame e lui mi dedicò uno stanco dolce sorriso. Era afflitto da insopportabili dolori che abbracciavano la radice della coscia e si propagavano fino all’inguine, dolori tanto forti che non gli permettevano neppure di sfiorare la pelle. Aveva una neoformazione ossea sulla cresta iliaca, a destra, uno strano tubero che sorgeva dal suo corpo ischeletrito. Parlammo a lungo, cercavo di risalire all’origine dei suoi dolori attuali, ma non riuscivo a trovare un nesso fra le cose. Cercavo, all’inizio, di conciliare la mia necessità di sostenere quell’esame con il bisogno di questa persona di parlare, di raccontare, di ricevere un po’ di ascolto. Ma ben presto mi resi conto che non era possibile fare entrambe le cose.
L’uomo mi raccontava con dolcezza tanti aspetti della sua vita, il lavoro, le sofferenze, tanti piccoli particolari che nel tempo sono volati via dalla mia memoria e hanno, probabilmente, raggiunto colui che me li donò allora. Parlava con una voce melodica, col fiato mozzato dalla sofferenza e con quello stanco sorriso che contrastava quegli splendidi occhi azzurri, vivacissimi. Il suo sguardo era diretto ed era capace di raggiungere gli angoli più nascosti del mio essere. Non potevo visitarlo: qualunque manovra, anche fatta con estrema delicatezza e in qualunque parte di quel corpo malato, non faceva che esasperare i già tremendi dolori di cui soffriva. Lasciai in bianco la cartella e, quando vennero a dirmi che il tempo era scaduto, lo salutai sapendo che sarebbe stato un addio. Uscii dalla stanza profondamente scossa, ogni cosa in quel vecchio contadino raccontava della sua morte imminente.
L’assistente del professore non poteva considerare superata la prova pratica: il mio foglio era candido, se si eccettua il nome e il cognome dell’uomo e il professore non avrebbe mai accettato che descrivessi a voce lo stato del paziente.
Chiesi allora all’assistente cosa avesse quell’uomo e perché soffrisse così tanto. Chiese ad un altro medico la cartella. L’uomo era ricoverato lì da due settimane ma nessuno aveva compilato l’esame obiettivo. L’assistente si alterò molto, poi sospirò guardandomi intensamente. Quell’uomo aveva vaste metastasi ossee che avevano strangolato l’area sacrale di emergenza dei nervi. Il tubero che io avevo visto sulla cresta iliaca era anch’essa una metastasi. Gli chiesi quale fosse il tumore di partenza. Non lo sapevano. Mi disse che quell’uomo aveva i giorni contati.
Mi si riempirono gli occhi di lacrime e feci un’immensa fatica a non piangere.
Quel giorno promisi solennemente a me stessa che per nulla al mondo avrei fatto nei confronti dei miei pazienti qualcosa che non fosse veramente e sinceramente rivolto a loro.
Un’eco ancora, un vento, un’onda. E una voce dal sorriso stanco.
“Mi guardò ancora e quegli occhi limpidi mi ferirono per un’ultima volta. Briciole di autunno, frammenti di inverno, speranze di primavera, ricordi d’estate, mai più, mai più. Vita che scorri nelle vene e fra le pieghe di rughe vecchie e nuove, i tuoi occhi mi ferirono un’ultima volta.
Camminando nelle valli del Lete accanto all’oblìo senza poter mai bere, senza potermi immergere, destinata al perenne ricordo incrociai ancora il tuo sguardo e per un’ultima volta mi lasciai ferire.
Tornare nel profondo degli abissi, dentro il ventre della Grande Madre, ancora feto, ancora niente, ancora una volta mi lasciai ferire dal tuo sguardo limpido.
E scenderò all’inferno per toccare la sete e l’arsura, scenderò per trovarti nel vuoto e nel buio livido squarciato da lingue di fuoco. E lascerò ancora il tuo sguardo vagare nel vuoto, distorto e lontano ma toglierò il mio cuore dal petto e straccerò la mia anima in briciole di fango e terra.
Ho seminato i brandelli del mio essere lungo il mio cammino – è questo vivere infine? – ho fatto fiorire tulipani di risate nel fango di lacrime e sospiri.”
E il vento ancora soffia e pollini di tempo fecondano nuovi fiori e nuove piante, ed i sorrisi in Primavera e i canti del tempo a scordare e ricordare ancora…
Le deflagrazioni si succedevano senza respiro. Città spazzate via, boschi distrutti, montagne sbriciolate. Il mare evaporò creando immediatamente una pioggia salmastra e radioattiva. Un “errore umano” e tutte le centrali nucleari, tutti i residui bellici, tutto ciò che era stato costruito dall’uomo per la guerra e per la distruzione, all’improvviso esplose come un immenso effetto domino.
I potenti della terra vennero scaraventati al pari del popolo, maciullati o disintegrati. Non tutti. Qualcuno rimase vivo ancora per qualche ora, e all’improvviso, chi tenendosi un braccio staccato, chi cercando di coprire una mandibola distrutta con quello che restava delle proprie mani, all’improvviso capirono. Si svegliarono da un lungo, millenario torpore e, prima di morire fra le macerie, si accorsero cosa voleva dire essersi venduti, generazione dopo generazione. Capirono di essere stati strumenti nelle mani del Principe delle Tenebre.
A distanza di quasi un anno le bruciava ancora. Fu uno strano scambio di doni quello avvenuto diverso tempo prima fra le due donne, rivali in amore. Apparentemente un segno di un reciproco rispetto. Di fatto si era rivelato il preludio di una battaglia cruenta senza esclusione di colpi bassi che l’aveva lasciata ingenuamente stupita.
E ad aprile di un anno prima si vide recapitare un pacchetto. La sua rivale le aveva restituito i doni. Conosceva perfettamente ogni più piccolo sottinteso di quel gesto. Erano due donne moderne, forti, ma entrambe per ragioni diverse avevano radici in un passato antico. Una donna solare, viva, esplicita, chiara come la luce e calda come il fuoco contro una donna notturna, serpentina, fredda come i ghiacci del suo paese natale, impossibile da decifrare.
Aveva intuito che la sua rivale, la donna dei ghiacci, aveva lasciato una specie di maledizione sugli oggetti restituiti, ma per qualche ragione non aveva mai dato seguito a quelle intuizioni.
Si svegliò una mattina molto presto con un malessere più strano del solito. Aspettò che la luce del sole, già caldo nonostante fosse ancora inverno, illuminasse la propria casa. Prese il piccolo cuore d’oro e lo poggiò a terra in modo che il sole lo colpisse in pieno. Avrebbe sciolto col calore dell’Astro il ghiaccio di cui la sua rivale aveva caricato il piccolo ciondolo. Aspettò due ore. Tenne quindi il piccolo cuore caldo fra le mani e mormorò piano per tre volte:
“Quello che desideri per me avvenga a te”
Guardò quel piccolo oggetto che aveva donato più di due anni prima, cercò una catenina e lo indossò. Non le avrebbe più fatto del male.
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