
(Foto mia)
Non c’è una foglia che si muova all’unisono con le altre. Morbide si scuotono, ognuna a modo suo, spettinate dal vento. Eppure in quell’ampio respiro di etere e aria quanta armonia nell’ondeggiare della chioma dell’alto eucalipto!
Al di là del vetro resta la carezza del vento e il fruscìo delle foglie, lasciando alla fantasia e al ricordo di rumori ormai estinti il compito di creare l’asciutto suono.
Quasi non ne ricordavo il rumore, l’odore. Da qualche ora lenta e costante l’acqua del cielo bagna l’asfalto e i marciapiedi sollevandone fragranze inaspettatamente gradevoli. L’aria, rinfrescata e divenuta frizzante, sospira di sollievo come un neonato a cui vien fatto il bagnetto.
Silenzio risuona fra le voci di germani reali e passeri. Una sottile bruma incantata si solleva fra riva e riva e nasconde le fate del lago che emergono pallide e lievi. Aspiro l’ara priva d’aromi, sorpresa per l’assenza del salmastro. Lentamente i colori del tramonto sfumano nell’acqua per disperdersi dietro le colline apostrofate da innumerevoli cipressi. Sorrido, incrocio un sorriso. E’ sera.
Sono passati 18 anni da quando mi hai resa madre. Guardo quel tuo viso di ragazza e il tuo mutevole sorriso, ascolto la tua voce veloce carica di vento e di freschezza. Occhi di gatta, piccola dolce gazzella, buon compleanno amatissima figlia mia.
Ebbene si. Sono una vera italiana. So arrotolare gli spaghetti con la forchetta. Anche con la mano sinistra.
Il vento era forte, teso. Sferzava gli abiti e strappava via le parole. Lei sentiva il corpo di lui, avvolgente, mentre da dietro la aiutava a manovrare il piccolo aquilone arancione facendo leva sulle maniglie. “Sei bravissima”. Non era vero. L’aquilone piroettò troppo rapidamente e cadde a capofitto sulla spiaggia. Lei reagì con un urlo divertito e, saltellando come una bambina, si voltò. Pensava di incrociare il suo sguardo. Ne trovò le labbra, l’odore, il sapore.