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Archive for the ‘Emozioni e Sentimenti’ Category

Danza.

 

Quest’anno ho compiuto 54 anni. Va da sé che l’anno scorso in questo periodo ne avessi già 53. E l’anno scorso ho preso una decisione un po’ folle forse, ossia di iscrivermi nuovamente a danza dopo almeno 10 anni che non facevo attività fisica, con oltre 10 chili di sovrappeso, già piuttosto curva (che comunque quello della schiena era un problema anche quand’ero giovane), con un’attività lavorativa che in ogni caso mi sottrae energie, e molte. (altro…)

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Silenzio

E nel respiParco Sempionero delle stelle

e della bruma autunnale

assetato di pace

silenzioso animo

scivolano via i rumori della strada

i chiacchiericci dei pensieri

e il vento delle emozioni.

Silenzio.

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1° giugno 1994

Sono passati 18 anni da quando mi hai resa madre. Guardo quel tuo viso di ragazza e il tuo mutevole sorriso, ascolto la tua voce veloce carica di vento e di freschezza. Occhi di gatta, piccola dolce gazzella, buon compleanno amatissima figlia mia.

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In volo

Il vento era forte, teso. Sferzava gli abiti e strappava via le parole. Lei sentiva il corpo di lui, avvolgente, mentre da dietro la aiutava a manovrare il piccolo aquilone arancione facendo leva sulle maniglie. “Sei bravissima”. Non era vero. L’aquilone piroettò troppo rapidamente e cadde a capofitto sulla spiaggia. Lei reagì con un urlo divertito e, saltellando come una bambina, si voltò. Pensava di incrociare il suo sguardo. Ne trovò le labbra, l’odore, il sapore.

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“Il mio sguardo lontano si sfumava attorno alla nave. Dritto, col piede sulla poppa, il suo sguardo sfumava attorno a me incurante del vento che scuoteva il suo kilt. Ancora nelle orecchie il cigolìo dei legni sotto i passi pesanti dei marinai e ancora gli occhi dello stesso colore dell’Oceano, cupi, tempestosi, piantati fino in fondo alle viscere mie sconvolte dai suoi baci.

Accanto a me i suoi quattro figli che non avrebbero mai più rivisto il padre. Mi accingevo ad essere vedova senza sapere se lo fossi stata davvero.

Chiusi i miei occhi verdi mentre i capelli, ben presto candidi anzitempo, si scuotevano ammantati di profumi d’autunno.

Fu la mia quattordicesima vita umana.”

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Per sempre

Ti amo disse il fiore alla farfalla

Ti amo disse la farfalla al fiore, scuotendo le grandi ali dorate. Volerò via, lo sai, e il vento mi strapperà da qui, perderò la strada, la pioggia piangerà sulle mie ali e le renderà pesanti, ma ti amerò per sempre.

Il fiore ebbe un sussulto, forse una brezza o chissà. Vorrei mettere le ali per seguirti ovunque ma non posso. Il sole asciugherà i miei petali, il vento li disperderà, ma le mie radici sono solide e io ti aspetterò.

La farfalla dorata agitò le ali sollevandosi appena. Avremo un’altra vita. Ti amerò per sempre.

Il fiore schiuse i petali dal colore del tramonto. Avremo un’altra vita. Ti amerò per sempre.

(link del sito da cui è tratta la foto)

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E d’improvviso scompiglia le parole in disordini e mulinelli, persa nell’etere l’eco del sospiro, polvere di cenere di sabbie di pensieri. E nel soffio d’ un’anima antica si disperde, muto, pianto incomprensibile mai sazio, mai appagato. Urla la tua rabbia e nega, nega il tuo sguardo e chiudi le persiane, che non ti spettini i capelli, che non ti imbizzarrisca l’anima!

Soffio di vento, nel silenzio taci, e cadono in disordine parole rese vuote, perse, morte. Troppe. S’accavallano esauste. Troppe.

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Sfiorò i tasti bianchi e neri e si sedette allo sgabello. Le dita accarezzarono l’avorio e l’ebano e liberarono dalla prigione delle corde quegli sguardi d’un tempo e la lieve carezza in punta di dita, il profumo della pelle bagnata di mare e delle rose un po’ troppo fiorite del roseto di una tarda primavera. Suonava per sé e per un respiro ormai spento da tempo.

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Haiku del 2004

(il link rimanda alla pagina da cui ho tratto la foto)

Canone inverso
due anime sorelle
fanno all’amore

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novembre 2009. Foto mia

troppo silenzio
tempesta nel deserto
anima lieve

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Armonia…

… è imparare da persone più brave di te…

 

(N.B.: ho disegnato questo mandala ispirata da quelli di Stephanie Smith)

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Ogni essere umano su questo pianeta è mio fratello.

 

Nessuno è mai abbastanza lontano.

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Mandala magici” da colorare, come fanno i bambini. Un accostamento di colori totalmente sbagliato, ma in fondo non è questa una rappresentazione del mondo interiore?

 

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Seduto sul letto, in una strana posizione, trovai un anziano contadino. I suoi occhi chiarissimi sembravano perdersi in quella stanza d’ospedale. Avevo in mano carta e penna: l’esame di Clinica Chirurgica prevede infatti una visita completa ad un paziente e la compilazione di una cartella clinica. Dissi a quell’uomo che ero una studentessa sotto esame e lui mi dedicò uno stanco dolce sorriso. Era afflitto da insopportabili dolori che abbracciavano la radice della coscia e si propagavano fino all’inguine, dolori tanto forti che non gli permettevano neppure di sfiorare la pelle. Aveva una neoformazione ossea sulla cresta iliaca, a destra, uno strano tubero che sorgeva dal suo corpo ischeletrito. Parlammo a lungo, cercavo di risalire all’origine dei suoi dolori attuali, ma non riuscivo a trovare un nesso fra le cose.  Cercavo, all’inizio, di conciliare la mia necessità di sostenere quell’esame con il bisogno di questa persona di parlare, di raccontare, di ricevere un po’ di ascolto.  Ma ben presto mi resi conto che non era possibile fare entrambe le cose.

L’uomo mi raccontava con dolcezza tanti aspetti della sua vita, il lavoro, le sofferenze, tanti piccoli particolari che nel tempo sono volati via dalla mia memoria e hanno, probabilmente, raggiunto colui che me li donò allora. Parlava con una voce melodica, col fiato mozzato dalla sofferenza e con quello stanco sorriso che contrastava quegli splendidi occhi azzurri, vivacissimi. Il suo sguardo era diretto ed era capace di raggiungere gli angoli più nascosti del mio essere. Non potevo visitarlo: qualunque manovra, anche fatta con estrema delicatezza e in qualunque parte di quel corpo malato, non faceva che esasperare i già tremendi dolori di cui soffriva. Lasciai in bianco la cartella e, quando vennero a dirmi che il tempo era scaduto, lo salutai sapendo che sarebbe stato un addio. Uscii dalla stanza profondamente scossa, ogni cosa in quel vecchio contadino raccontava della sua morte imminente.

L’assistente del professore non poteva considerare superata la prova pratica: il mio foglio era candido, se si eccettua il nome e il cognome dell’uomo e il professore non avrebbe mai accettato che descrivessi a voce lo stato del paziente.

Chiesi allora all’assistente cosa avesse quell’uomo e perché soffrisse così tanto. Chiese ad un altro medico la cartella. L’uomo era ricoverato lì da due settimane ma nessuno aveva compilato l’esame obiettivo. L’assistente si alterò molto, poi sospirò guardandomi intensamente. Quell’uomo aveva vaste metastasi ossee che avevano strangolato l’area sacrale di emergenza dei nervi. Il tubero che io avevo visto sulla cresta iliaca era anch’essa una metastasi. Gli chiesi quale fosse il tumore di partenza. Non lo sapevano. Mi disse che quell’uomo aveva i giorni contati.

Mi si riempirono gli occhi di lacrime e feci un’immensa fatica a non piangere.

Quel giorno promisi solennemente a me stessa che per nulla al mondo avrei fatto nei confronti dei miei pazienti qualcosa che non fosse veramente e sinceramente rivolto a loro.

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Il rituale

A distanza di quasi un anno le bruciava ancora. Fu uno strano scambio di doni quello avvenuto diverso tempo prima fra le due donne, rivali in amore. Apparentemente un segno di un reciproco rispetto. Di fatto si era rivelato il preludio di una battaglia cruenta senza esclusione di colpi bassi che l’aveva lasciata ingenuamente stupita.

E ad aprile di un anno prima si vide recapitare un pacchetto. La sua rivale le aveva restituito i doni. Conosceva perfettamente ogni più piccolo sottinteso di quel gesto. Erano due donne moderne, forti, ma entrambe per ragioni diverse avevano radici in un passato antico. Una donna solare, viva, esplicita, chiara come la luce e calda come il fuoco contro una donna notturna, serpentina, fredda come i ghiacci del suo paese natale, impossibile da decifrare.

Aveva intuito che la sua rivale, la donna dei ghiacci, aveva lasciato una specie di maledizione sugli oggetti restituiti, ma per qualche ragione non aveva mai dato seguito a quelle intuizioni.

Si svegliò una mattina molto presto con un malessere più strano del solito. Aspettò che la luce del sole, già caldo nonostante fosse ancora inverno, illuminasse la propria casa. Prese il piccolo cuore d’oro e lo poggiò a terra in modo che il sole lo colpisse in pieno. Avrebbe sciolto col calore dell’Astro il ghiaccio di cui la sua rivale aveva caricato il piccolo ciondolo. Aspettò due ore. Tenne quindi il piccolo cuore caldo fra le mani e mormorò piano per tre volte:

“Quello che desideri per me avvenga a te”

Guardò quel piccolo oggetto che aveva donato più di due anni prima, cercò una catenina e lo indossò. Non le avrebbe più fatto del male.

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Fra le pagine

Sfogliava l’agenda dell’anno passato. Piccole annotazioni lapidarie riempivano gli spazi fra le righe. Annotazioni e riferimenti oscuri a chiunque tranne che a lei.

Fra appuntamenti e orari di lavoro, altri segni, brevi frasi, quasi un linguaggio da fumetto.

Da ogni pagina stillavano gocce come di rugiada appena formata. Si portò alle labbra una di quelle gocce. Erano lacrime.

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Carissimo Victor, oggi tu e tua moglie festeggiate 30 anni di matrimonio. Non mi sono dimenticata di te, ma voglio mandarti i miei auguri in pubblico, perché è bello sapere che ci sono persone che riescono a far rinascere ogni giorno il loro amore.

Vi auguro una vita lunga, ricca di soddisfazioni.

Vi auguro di non perdere mai questo splendido legame.

Vi auguro di potervi, un giorno, ritrovare vecchi davanti ad un fuoco a ricordare con serenità i momenti più importanti della vostra vita.

Vi auguro che da ogni periodo di crisi (ahimè, inevitabile) possiate risorgere come la Fenice.

E vi mando, di cuore, un forte abbraccio.

Buon anniversario!

N.B.: Victor… vedrai che prima o poi riesco a scriverti…

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Non amare te stesso solo per la tua gioia, per i tuoi pregi. Non amarti  solo quando sei felice, quando riesci a dare. Non amarti per il tuo bell’aspetto. Ma amati  soprattutto quando scopri un tuo difetto, quando sei triste e ti senti solo, quando ti accorgi di qualcosa di cui ti vergogni profondamente. Ama te stesso quando al mattino ti guardi allo specchio e ti vedi con le occhiaie segnate, quando alla sera ti corichi esausto, quando ti accorgi che il tuo viso si disegna di rughe e di pensieri.

Amati semplicemente per come sei, ama in te il genere umano nella sua bellezza e nelle sue infinite contraddizioni e ti sarà più facile amare l’umanità intera.

Foto scaricata da QUI.

(N.B.: non l’ho usata nel senso di “S. Valentino’s day”, ma come immagine di un amore che è interno e esterno contemporaneamente)

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Dettagli

Uscì dal bagno dopo aver fatto una lunga doccia. Lei lo guardò. Le piaceva osservare i suoi folti capelli biondi gocciolanti che avrebbe asciugato a malapena con il cappuccio dell’accappatoio. Sarebbe uscito dall’albergo con i capelli ancora umidi, nonostante i tre gradi sotto zero. Invidiava la sua resistenza al freddo.

Lo guardò e lo sguardo gli accarezzava la capigliatura umida e si soffermava su quegli occhi chiarissimi.

In aeroporto gli chiese: “Ci vedremo ancora?” e lui rispose “Si”.

Nessuno dei due poteva sapere che quella era un’involontaria bugia.

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Per poter mettere lo status “Single” bisognerebbe che nel cuore non ci fosse proprio nessuno…

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