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Archive for the ‘Racconti’ Category

In volo

Il vento era forte, teso. Sferzava gli abiti e strappava via le parole. Lei sentiva il corpo di lui, avvolgente, mentre da dietro la aiutava a manovrare il piccolo aquilone arancione facendo leva sulle maniglie. “Sei bravissima”. Non era vero. L’aquilone piroettò troppo rapidamente e cadde a capofitto sulla spiaggia. Lei reagì con un urlo divertito e, saltellando come una bambina, si voltò. Pensava di incrociare il suo sguardo. Ne trovò le labbra, l’odore, il sapore.

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“Il mio sguardo lontano si sfumava attorno alla nave. Dritto, col piede sulla poppa, il suo sguardo sfumava attorno a me incurante del vento che scuoteva il suo kilt. Ancora nelle orecchie il cigolìo dei legni sotto i passi pesanti dei marinai e ancora gli occhi dello stesso colore dell’Oceano, cupi, tempestosi, piantati fino in fondo alle viscere mie sconvolte dai suoi baci.

Accanto a me i suoi quattro figli che non avrebbero mai più rivisto il padre. Mi accingevo ad essere vedova senza sapere se lo fossi stata davvero.

Chiusi i miei occhi verdi mentre i capelli, ben presto candidi anzitempo, si scuotevano ammantati di profumi d’autunno.

Fu la mia quattordicesima vita umana.”

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Per sempre

Ti amo disse il fiore alla farfalla

Ti amo disse la farfalla al fiore, scuotendo le grandi ali dorate. Volerò via, lo sai, e il vento mi strapperà da qui, perderò la strada, la pioggia piangerà sulle mie ali e le renderà pesanti, ma ti amerò per sempre.

Il fiore ebbe un sussulto, forse una brezza o chissà. Vorrei mettere le ali per seguirti ovunque ma non posso. Il sole asciugherà i miei petali, il vento li disperderà, ma le mie radici sono solide e io ti aspetterò.

La farfalla dorata agitò le ali sollevandosi appena. Avremo un’altra vita. Ti amerò per sempre.

Il fiore schiuse i petali dal colore del tramonto. Avremo un’altra vita. Ti amerò per sempre.

(link del sito da cui è tratta la foto)

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Un’eco ancora, un vento, un’onda. E una voce dal sorriso stanco.

“Mi guardò ancora e quegli occhi limpidi mi ferirono per un’ultima volta. Briciole di autunno, frammenti di inverno, speranze di primavera, ricordi d’estate, mai più, mai più. Vita che scorri nelle vene e fra le pieghe di rughe vecchie e nuove, i tuoi occhi mi ferirono un’ultima volta.

Camminando nelle valli del Lete accanto all’oblìo senza poter mai bere, senza potermi immergere, destinata al perenne ricordo incrociai ancora il tuo sguardo e per un’ultima volta mi lasciai ferire.

Tornare nel profondo degli abissi, dentro il ventre della Grande Madre, ancora feto, ancora niente, ancora una volta mi lasciai ferire dal tuo sguardo limpido.

E scenderò all’inferno per toccare la sete e l’arsura, scenderò per trovarti nel vuoto e nel buio livido squarciato da lingue di fuoco. E lascerò ancora il tuo sguardo vagare nel vuoto, distorto e lontano ma toglierò il mio cuore dal petto e straccerò la mia anima in briciole di fango e terra.

Ho seminato i brandelli del mio essere lungo il mio cammino – è questo vivere infine? – ho fatto fiorire tulipani di risate nel fango di lacrime e sospiri.”

E il vento ancora soffia e pollini di tempo fecondano nuovi fiori e nuove piante, ed i sorrisi in Primavera e i canti del tempo a scordare e ricordare ancora…

(Foto tratta da questo sito)

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L’Ultimo Giorno

Le deflagrazioni si succedevano senza respiro. Città spazzate via, boschi distrutti, montagne sbriciolate. Il mare evaporò creando immediatamente una pioggia salmastra e radioattiva. Un “errore umano” e tutte le centrali nucleari, tutti i residui bellici, tutto ciò che era stato costruito dall’uomo per la guerra e per la distruzione, all’improvviso esplose come un immenso effetto domino.

I potenti della terra vennero scaraventati al pari del popolo, maciullati o disintegrati. Non tutti. Qualcuno rimase vivo ancora per qualche ora, e all’improvviso, chi tenendosi un braccio staccato, chi cercando di coprire una mandibola distrutta con quello che restava delle proprie mani, all’improvviso capirono. Si svegliarono da un lungo, millenario torpore e, prima di morire fra le macerie, si accorsero cosa voleva dire essersi venduti, generazione dopo generazione. Capirono di essere stati strumenti nelle mani del Principe delle Tenebre.

(foto originale in quest’articolo)

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Il rituale

A distanza di quasi un anno le bruciava ancora. Fu uno strano scambio di doni quello avvenuto diverso tempo prima fra le due donne, rivali in amore. Apparentemente un segno di un reciproco rispetto. Di fatto si era rivelato il preludio di una battaglia cruenta senza esclusione di colpi bassi che l’aveva lasciata ingenuamente stupita.

E ad aprile di un anno prima si vide recapitare un pacchetto. La sua rivale le aveva restituito i doni. Conosceva perfettamente ogni più piccolo sottinteso di quel gesto. Erano due donne moderne, forti, ma entrambe per ragioni diverse avevano radici in un passato antico. Una donna solare, viva, esplicita, chiara come la luce e calda come il fuoco contro una donna notturna, serpentina, fredda come i ghiacci del suo paese natale, impossibile da decifrare.

Aveva intuito che la sua rivale, la donna dei ghiacci, aveva lasciato una specie di maledizione sugli oggetti restituiti, ma per qualche ragione non aveva mai dato seguito a quelle intuizioni.

Si svegliò una mattina molto presto con un malessere più strano del solito. Aspettò che la luce del sole, già caldo nonostante fosse ancora inverno, illuminasse la propria casa. Prese il piccolo cuore d’oro e lo poggiò a terra in modo che il sole lo colpisse in pieno. Avrebbe sciolto col calore dell’Astro il ghiaccio di cui la sua rivale aveva caricato il piccolo ciondolo. Aspettò due ore. Tenne quindi il piccolo cuore caldo fra le mani e mormorò piano per tre volte:

“Quello che desideri per me avvenga a te”

Guardò quel piccolo oggetto che aveva donato più di due anni prima, cercò una catenina e lo indossò. Non le avrebbe più fatto del male.

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Fra le pagine

Sfogliava l’agenda dell’anno passato. Piccole annotazioni lapidarie riempivano gli spazi fra le righe. Annotazioni e riferimenti oscuri a chiunque tranne che a lei.

Fra appuntamenti e orari di lavoro, altri segni, brevi frasi, quasi un linguaggio da fumetto.

Da ogni pagina stillavano gocce come di rugiada appena formata. Si portò alle labbra una di quelle gocce. Erano lacrime.

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