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Archive for the ‘Ricordi’ Category

Seduto sul letto, in una strana posizione, trovai un anziano contadino. I suoi occhi chiarissimi sembravano perdersi in quella stanza d’ospedale. Avevo in mano carta e penna: l’esame di Clinica Chirurgica prevede infatti una visita completa ad un paziente e la compilazione di una cartella clinica. Dissi a quell’uomo che ero una studentessa sotto esame e lui mi dedicò uno stanco dolce sorriso. Era afflitto da insopportabili dolori che abbracciavano la radice della coscia e si propagavano fino all’inguine, dolori tanto forti che non gli permettevano neppure di sfiorare la pelle. Aveva una neoformazione ossea sulla cresta iliaca, a destra, uno strano tubero che sorgeva dal suo corpo ischeletrito. Parlammo a lungo, cercavo di risalire all’origine dei suoi dolori attuali, ma non riuscivo a trovare un nesso fra le cose.  Cercavo, all’inizio, di conciliare la mia necessità di sostenere quell’esame con il bisogno di questa persona di parlare, di raccontare, di ricevere un po’ di ascolto.  Ma ben presto mi resi conto che non era possibile fare entrambe le cose.

L’uomo mi raccontava con dolcezza tanti aspetti della sua vita, il lavoro, le sofferenze, tanti piccoli particolari che nel tempo sono volati via dalla mia memoria e hanno, probabilmente, raggiunto colui che me li donò allora. Parlava con una voce melodica, col fiato mozzato dalla sofferenza e con quello stanco sorriso che contrastava quegli splendidi occhi azzurri, vivacissimi. Il suo sguardo era diretto ed era capace di raggiungere gli angoli più nascosti del mio essere. Non potevo visitarlo: qualunque manovra, anche fatta con estrema delicatezza e in qualunque parte di quel corpo malato, non faceva che esasperare i già tremendi dolori di cui soffriva. Lasciai in bianco la cartella e, quando vennero a dirmi che il tempo era scaduto, lo salutai sapendo che sarebbe stato un addio. Uscii dalla stanza profondamente scossa, ogni cosa in quel vecchio contadino raccontava della sua morte imminente.

L’assistente del professore non poteva considerare superata la prova pratica: il mio foglio era candido, se si eccettua il nome e il cognome dell’uomo e il professore non avrebbe mai accettato che descrivessi a voce lo stato del paziente.

Chiesi allora all’assistente cosa avesse quell’uomo e perché soffrisse così tanto. Chiese ad un altro medico la cartella. L’uomo era ricoverato lì da due settimane ma nessuno aveva compilato l’esame obiettivo. L’assistente si alterò molto, poi sospirò guardandomi intensamente. Quell’uomo aveva vaste metastasi ossee che avevano strangolato l’area sacrale di emergenza dei nervi. Il tubero che io avevo visto sulla cresta iliaca era anch’essa una metastasi. Gli chiesi quale fosse il tumore di partenza. Non lo sapevano. Mi disse che quell’uomo aveva i giorni contati.

Mi si riempirono gli occhi di lacrime e feci un’immensa fatica a non piangere.

Quel giorno promisi solennemente a me stessa che per nulla al mondo avrei fatto nei confronti dei miei pazienti qualcosa che non fosse veramente e sinceramente rivolto a loro.

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Snow

Guardavo dal balcone la strada completamente bianca. L’aria era rarefatta e i suoni attutiti mentre grandi fiocchi di neve svolazzavano fitti e lievi prima di posarsi, vittime della gravità, sui muretti, lungo i rami ischeletriti degli alberi, per terra, sui tetti delle case. La luce bianca diffusa era abbagliante e donava un senso di irrealtà. Non potevo uscire e mi limitavo a godermi la nevicata dal poggiolo. Mi piaceva sentire il naso freddo, vedere il fumetto uscire denso dalla mia bocca ad ogni respiro. Mi piaceva mangiare la neve. Sulla strada, peraltro quasi deserta, al di là della staccionata passava una donna. Vestita di scuro, portava la gonna e le calze velate con scarpe a tacco basso. Aveva un grande ombrello bianco. Si fermò davanti ad un cancello e scosse l’ombrello. Il bianco cadde come grosse squame rivelando il tessuto nero, il suo vero colore. La donna chiuse l’ombrello ed entrò al di qua del cancello.

Ero a Bra ed avevo tre anni.

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Quanto ci manchi, John!

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In un luogo dove crescono i sempreverdi, mi mancano i colori d’autunno che ricordo nella mia infanzia, il morbido cangiar delle foglie in giallo oro e rosso mattone, per trasformarsi infine in un marron leggero e friabile.

Mi mancano i tappeti di fogliame spazzati di tanto in tanto da una raffica di vento.

Ma oggi il cielo era terso, qualche nuvola color panna montata si disegnava nitida contro l’azzurro, l’aria era scintillante e il sole tiepido e gradevole. Ogni colore era esaltato, da quelli più freddi ai più caldi e intensi.

(Foto scaricata da FreeFoto.com)

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