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Posts Tagged ‘emozioni’

Silenzio

E nel respiParco Sempionero delle stelle

e della bruma autunnale

assetato di pace

silenzioso animo

scivolano via i rumori della strada

i chiacchiericci dei pensieri

e il vento delle emozioni.

Silenzio.

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Seduto sul letto, in una strana posizione, trovai un anziano contadino. I suoi occhi chiarissimi sembravano perdersi in quella stanza d’ospedale. Avevo in mano carta e penna: l’esame di Clinica Chirurgica prevede infatti una visita completa ad un paziente e la compilazione di una cartella clinica. Dissi a quell’uomo che ero una studentessa sotto esame e lui mi dedicò uno stanco dolce sorriso. Era afflitto da insopportabili dolori che abbracciavano la radice della coscia e si propagavano fino all’inguine, dolori tanto forti che non gli permettevano neppure di sfiorare la pelle. Aveva una neoformazione ossea sulla cresta iliaca, a destra, uno strano tubero che sorgeva dal suo corpo ischeletrito. Parlammo a lungo, cercavo di risalire all’origine dei suoi dolori attuali, ma non riuscivo a trovare un nesso fra le cose.  Cercavo, all’inizio, di conciliare la mia necessità di sostenere quell’esame con il bisogno di questa persona di parlare, di raccontare, di ricevere un po’ di ascolto.  Ma ben presto mi resi conto che non era possibile fare entrambe le cose.

L’uomo mi raccontava con dolcezza tanti aspetti della sua vita, il lavoro, le sofferenze, tanti piccoli particolari che nel tempo sono volati via dalla mia memoria e hanno, probabilmente, raggiunto colui che me li donò allora. Parlava con una voce melodica, col fiato mozzato dalla sofferenza e con quello stanco sorriso che contrastava quegli splendidi occhi azzurri, vivacissimi. Il suo sguardo era diretto ed era capace di raggiungere gli angoli più nascosti del mio essere. Non potevo visitarlo: qualunque manovra, anche fatta con estrema delicatezza e in qualunque parte di quel corpo malato, non faceva che esasperare i già tremendi dolori di cui soffriva. Lasciai in bianco la cartella e, quando vennero a dirmi che il tempo era scaduto, lo salutai sapendo che sarebbe stato un addio. Uscii dalla stanza profondamente scossa, ogni cosa in quel vecchio contadino raccontava della sua morte imminente.

L’assistente del professore non poteva considerare superata la prova pratica: il mio foglio era candido, se si eccettua il nome e il cognome dell’uomo e il professore non avrebbe mai accettato che descrivessi a voce lo stato del paziente.

Chiesi allora all’assistente cosa avesse quell’uomo e perché soffrisse così tanto. Chiese ad un altro medico la cartella. L’uomo era ricoverato lì da due settimane ma nessuno aveva compilato l’esame obiettivo. L’assistente si alterò molto, poi sospirò guardandomi intensamente. Quell’uomo aveva vaste metastasi ossee che avevano strangolato l’area sacrale di emergenza dei nervi. Il tubero che io avevo visto sulla cresta iliaca era anch’essa una metastasi. Gli chiesi quale fosse il tumore di partenza. Non lo sapevano. Mi disse che quell’uomo aveva i giorni contati.

Mi si riempirono gli occhi di lacrime e feci un’immensa fatica a non piangere.

Quel giorno promisi solennemente a me stessa che per nulla al mondo avrei fatto nei confronti dei miei pazienti qualcosa che non fosse veramente e sinceramente rivolto a loro.

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Il rituale

A distanza di quasi un anno le bruciava ancora. Fu uno strano scambio di doni quello avvenuto diverso tempo prima fra le due donne, rivali in amore. Apparentemente un segno di un reciproco rispetto. Di fatto si era rivelato il preludio di una battaglia cruenta senza esclusione di colpi bassi che l’aveva lasciata ingenuamente stupita.

E ad aprile di un anno prima si vide recapitare un pacchetto. La sua rivale le aveva restituito i doni. Conosceva perfettamente ogni più piccolo sottinteso di quel gesto. Erano due donne moderne, forti, ma entrambe per ragioni diverse avevano radici in un passato antico. Una donna solare, viva, esplicita, chiara come la luce e calda come il fuoco contro una donna notturna, serpentina, fredda come i ghiacci del suo paese natale, impossibile da decifrare.

Aveva intuito che la sua rivale, la donna dei ghiacci, aveva lasciato una specie di maledizione sugli oggetti restituiti, ma per qualche ragione non aveva mai dato seguito a quelle intuizioni.

Si svegliò una mattina molto presto con un malessere più strano del solito. Aspettò che la luce del sole, già caldo nonostante fosse ancora inverno, illuminasse la propria casa. Prese il piccolo cuore d’oro e lo poggiò a terra in modo che il sole lo colpisse in pieno. Avrebbe sciolto col calore dell’Astro il ghiaccio di cui la sua rivale aveva caricato il piccolo ciondolo. Aspettò due ore. Tenne quindi il piccolo cuore caldo fra le mani e mormorò piano per tre volte:

“Quello che desideri per me avvenga a te”

Guardò quel piccolo oggetto che aveva donato più di due anni prima, cercò una catenina e lo indossò. Non le avrebbe più fatto del male.

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Per poter mettere lo status “Single” bisognerebbe che nel cuore non ci fosse proprio nessuno…

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Quanto ci manchi, John!

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Alle spalle lascio l’alba, che colpisce di rosso il mio specchietto retrovisore. Davanti a me sbuffi di rosa e azzurro ricevono le prime luci del mattino. Percorro la strada fin troppo nota col cuore un po’ più leggero.

Alla fine dell’inverno ci sarà la primavera

(foto mia). 30 aprile 2009 – Knaresborough – Yorkshire – UK

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In un luogo dove crescono i sempreverdi, mi mancano i colori d’autunno che ricordo nella mia infanzia, il morbido cangiar delle foglie in giallo oro e rosso mattone, per trasformarsi infine in un marron leggero e friabile.

Mi mancano i tappeti di fogliame spazzati di tanto in tanto da una raffica di vento.

Ma oggi il cielo era terso, qualche nuvola color panna montata si disegnava nitida contro l’azzurro, l’aria era scintillante e il sole tiepido e gradevole. Ogni colore era esaltato, da quelli più freddi ai più caldi e intensi.

(Foto scaricata da FreeFoto.com)

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